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La Liturgia e i Sacramenti


Il canone del Grande e Santo Sabato di san Giovanni Damasceno

 

La liturgia cristiana ha rappresentato sempre il miglior campo dell’esegesi della scrittura, in quanto la Chiesa celebra ciò che crede. La celebrazione periodica degli eventi salvifici fornisce alla cristianità la possibilità di penetrare sempre più a fondo il mistero e, per quanto possibile, coglierne il contenuto (adombrato).


 

Il canone del mattutino del Grande e Santo Sabato è attribuito a San Giovanni Damasceno, cantato e anticipato al tardo pomeriggio del Grande e Santo Venerdì: si respira un’atmosfera già gioiosa, in attesa che “scoppi” l’inaudita notizia della risurrezione. Ormai la crocifissione e la morte del Signore non sono più motivo di pianto e di dolore, contenendo la portata salvatrice di esse, per cui le donne miròfore, secondo il primo càthisma, già gridano: “mostraci, o Cristo, come hai preannunciato, la tua risurrezione”. A me il canone sembra un meraviglioso inno celebrativo dell’amore di Gesu Dio-Uomo, che per noi tutti ha sopportato i patimenti più atroci destando cosi lo stupore, la gioia delle creature celesti e terrestri e perfino dell’Ade, per la sua volontaria condiscendenza. Infatti il terzo dei càthisma iniziali canta: “i cori degli angeli rimasero stupiti nel vedere deposto nel sepolcro come un morto l’immortale, colui che sta nel seno del Padre. Le schiere degli angeli lo attorniano e lo glorificano, insieme con i morti dell’Ade, come Creatore e Signore”. Quest’atmosfera la vive ogni fedele che partecipa alla celebrazione liturgica dell’Epitaffios Thrinos per la bellezza del canto, la solennità, la profondità teologica dei testi, l’odore degli incensi, degli unguenti e dei fiori primaverili, in quanto comprende che il Cristo, pur giacente quaggiù nella tomba come un dormiente, “si è rivelato esente da corruzione”, essendo contemporaneamente come Dio lassù in Trono alla destra del Padre.

L’epitaffios Thrinos non è una celebrazione mesta o triste, ma una celebrazione della vita dormiente del Creatore, che ha terminato la creazione del Nuovo Adamo e che si riposa delle fatiche della nuova creazione, “Tu non hai dimenticato la mia sussistenza in Adamo e, sepolto, hai rigenerato, o amico degli uomini, me, colpito dalla corruzione (I° ode, VI tropario)”. Ormai per ogni cosa patita dal Signore si esclama: “o Signore non c’è santo all’infuori di Te”. Ora i giudei, “figli dei salvati” dalla mano del faraone, seppelliscono Colui che fece annegare nel mar Rosso gli egiziani con la sua mano onnipotente. Ma anche adesso, come allora, il Signore si coprirà di gloria attraverso la potenza della risurrezione. Infatti la sepoltura di Cristo procura ad ogni uomo l’ingresso nella vita di Dio (la theosis). Per amore dell’uomo il Signore continua a coprirsi di gloria destando lo stupore dell’universo creato.

La discesa agli inferi simboleggia anche la totalità della salvezza perché fin là la potenza di Gesù, si è rivelata; infatti: “anche a quelli che sono nell’Ade il Signore rivela il mistero della sua persona divina e umana”. Il càthisma  prima della quarta ode è una dichiarazione della divinità del Signore al quale ci si prostra come vincitore e distruttore della corruzione. Nel quarto irmòs cogliamo il destino di ogni uomo credente: “l’Ade, vedendo un mortale divinizzato, coperto di piaghe e pur potentissimo, venne meno per il terrore incussogli dal tuo volto”. Gesù, il volto del Padre, “per mezzo della morte trasforma ciò che è mortale, per mezzo della sepoltura ciò che è corruttibile. Divieni incorruttibile in modo degno di Dio, rendendo immortale la natura assunta”. Nell’ode quarta si fa riferimento al profeta Abacuc, che previde il divino annientamento, la kènosi di Cristo Dio, ma anche che, attraverso la potenza di attrazione della Croce, avrebbe attirato il mondo a sé: “quando sarò innalzato attirerò tutti a me”(Gv.
12,32). Anche Isaia aveva previsto che Gesù sarebbe stato il rivelatore per eccellenza del Padre ma anche della divinità della sua persona che assume l’umanità: “divieni incorruttibile in modo degno di Dio, rendendo immortale la natura assunta. La tua carne, o Signore, non vide la corruzione, né la tua anima in modo insolito, fu abbandonata nell’Ade”.

 

D.V

 




Pubblicato Giovedi 09 Aprile 2009 - 14:32 (letto 394 volte)

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