La prima figura della Risurrezione nell’Antico Testamento si trova nell’Irmo della prima ode del canone sul significato della parola Pasqua. Per gli Ebrei “Pasqua” significa “passaggio”, liberazione del popolo eletto dalla schiavitù degli egiziani e il viaggio verso la terra promessa. Per i cristiani “Pasqua” significa passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù del peccato alla libertà di figli di Dio. E come gli ebrei liberati dalla schiavitù del faraone cantarono l’inno della vittoria, così il Nuovo Israele (la Chiesa) scioglie l’inno della grazia perché il Signore Risorto “ek gar thanatu pros Zoin kie ek ghis pros uranon … epinikion adontas - ha trasferito dalla morte alla vita noi che cantiamo l’inno della vittoria”. Anche nel secondo e terzo tropario della prima ode si invita al grido della vittoria, epinikion imnon, all’esultanza, al tripudio perché “Cristo, gaudio eterno è risorto”.
Il secondo anastasimo della terza ode invita i fedeli a dissetarsi “con la nuova bevanda, che non scaturisce prodigiosamente dalla roccia arida ma dal sepolcro di Cristo”. Nel libro dell’Esodo, quando gli israeliti si vollero dissetare nel deserto, Mosè con il suo bastone batté la roccia nuda e scaturì acqua pura e il popolo si dissetò. L’evento, invece, di cui parla il nostro innografo rappresenta “la bevanda nuova” che scaturisce dal vivificante sepolcro di Gerusalemme ed è “sorgente di immortalità”. In questa immagine è adombrato il mistero della Divina Eucaristia, cena pasquale della Chiesa, che viene offerta “is afesin amartion kie zoin eonion - per la remissione dei peccati e la vita eterna”. Così il credente deve vivere la Pasqua, come un passaggio verso un’altra dimensione. L’Irmo della quarta ode: “ il Profeta Abacuc stia in mezzo a noi e ci mostri l’angelo portatore di luce, faesfòron anghelon” il quale davanti al sepolcro annunzia al mondo che “è risorto Cristo, l’Onnipotente”. Al terzo tropario della stessa ode il Cristo viene chiamato “agnello annuale”. Gli ebrei per ricordare la salvezza dalla schiavitù degli egiziani sacrificavano l’agnello pasquale che doveva essere di un anno. Questo agnello rappresenta l’agnello del Nuovo Testamento, Gesù Cristo, che si offre volontariamente “per la vita del mondo e la salvezza”. La cena dell’agnello pasquale fa allusione alla Divina Eucaristia, per mezzo della quale l’agnello di Dio si offre “come cibo e bevanda ai credenti”. Il quarto tropario della quarta ode traccia un parallelo tra il profeta Davide “con il popolo santo di Dio”. Come Davide, quando guidò l’Arca dell’Alleanza dalla città di Iarim a Gerusalemme, danzò di gioia per questo evento, cosi noi come popolo santo di Dio “vedendo il compimento dei simboli, esultiamo divinamente”. La Chiesa è la nuova Arca di Grazia fondata sulla potenza della Croce e della Risurrezione.
Nella sesta ode del canone del Damasceno è ricordata la figura di Giona come la figura più importante della Risurrezione. Come è noto, Giona per sfuggire all’ordine di Dio di predicare la penitenza nella citta di Ninive, si imbarcò su una nave lontano dal Signore. Per questo fu punito da Dio che scatenò una tempesta: Giona spiegò ai suoi compagni di viaggio di essere lui la causa per cui Dio aveva scatenato la tempesta e pregò che lo gettassero in mare. Fu gettato in mare e Dio fece in modo che un grosso pesce lo inghiottisse, facendolo così rimanere nel ventre del pesce per tre giorni e tre notti. Mentre era dentro il pesce Giona elevò a Dio un cantico bellissimo. Dopo tre giorni e tre notti il pesce lo lasciò sulla spiaggia e Giona finalmente si diresse a Ninive per predicare la penitenza. La permanenza di Giona nel ventre del Pesce e l’uscita miracolosa sono, secondo lo stesso Gesù, immagine della sua sepoltura e della sua Risurrezione (Mt. 12,40: “come il profeta Giona infatti è stato nel ventre della terra tre giorni e tre notti, così sarà per il Figlio dell’uomo che rimarrà tre giorni e tre notti nel cuore della terra”) “Sei disceso negli antri della terra ed hai spezzato le sbarre che trattenevano i prigionieri. Sei risorto, o Cristo, il terzo giorno dal Sepolcro, come Giona dal Cetaceo”.
Nell’Irmo della nona ode si presenta particolarmente la gloria pasquale della Chiesa, facendo riferimento alla profezia di Isaia “Fotizu, Fotizu… - Risplendi, risplendi di luce o Nuova Gerusalemme, perché la gloria del Signore si è levata sopra di te”. Con l’espressione “Nuova Gerusalemme” si fa riferimento alla Chiesa e con l’espressione “la gloria del Signore”, alla gloriosa Risurrezione di Cristo dalla quale è derivata la gloria divina.
La risurrezione del Signore che viene celebrata in modo meraviglioso nel canone di Pasqua è spiegata con molte figure dell’Antico Testamento.
Inoltre la nona ode canta la gioia della Verigine madre del Signore, che addolorata aveva seguito il Figlio fino alla croce e alla Sepoltura e quindi è colei che si deve rallegrare nella Resurrezione del suo Figlio. Quando l'Arcangelo Gabriele l'aveva salutata nell'annunciazione chiamandola “piena di grazia” e dicendo: “Salve” “gioisci”. Questa gioia viene portata a compimento dall'annuncio inconsueto: “o sos Iòs anesti, triimeros ek tafu - il tuo Figlio è risorto il terzo giorno dal sepolcro”.
Cristo ha promesso di “rimanere con noi... sino alla fine dei secoli”. Il quarto Irmo dell'ode nona ci incita come “fedeli a custodire con gioia questa promessa come àncora di salvezza”.
D.V